Da domenica 29 novembre a venerdì 4 dicembre si svolge ad Arezzo e nelle quattro vallate circostanti la seconda edizione di “Questioni di solidarietà: volontariato allo specchio del cinema”. Si tratta di un festival cinematografico organizzato dalla Delegazione Cesvot di Arezzo, che propone in concorso pellicole italiane prodotte negli ultimi 5 anni che affrontano in maniera significativa tematiche di ambito sociale. Tra gli ospiti di quest'anno, l'attrice Ilaria Occhini e il regista Federico Bondi.
Il festival prevede la proiezione di film aventi ad oggetto questioni sociali, culturali, ambientali. Una commissione di esperti sceglierà il film vincitore che sarà riproposto nella serata finale ad Arezzo, serata in cui sarà proiettata anche una pellicola di grande rilevanza artistica, alla presenza del regista e dell'autore del soggetto.
Tutte le proiezioni sono ad ingresso libero.
“Questioni di solidarietà: volontariato allo specchio del cinema”, una manifestazione del tutto nuova nel suo genere, affonda le proprie radici nella realtà del volontariato toscano. Il festival si rivolge anzitutto ai volontari e agli operatori delle associazioni di volontariato, perché attraverso la cinematografia possano approfondire ulteriormente le ragioni del proprio impegno, e contestualmente a tutta la cittadinanza, nella convinzione che il cinema d'autore, a differenza di quello commerciale, muovendosi quasi sempre sul piano critico nei confronti della società, sia un esercizio artistico e culturale caratterizzato da una forte tensione educativa e costituisca una proposta per un'azione di promozione umana e sociale.
Per l'edizione 2009 si aggiunge una novità importante: nei giorni del festival sarà realizzato il workshop“Filmare il volontariato” diretto ai volontari delle associazioni di volontariato. Cinque giorni (dal 30 novembre al 4 dicembre), quaranta ore di lezioni tra teoria, tecnica e laboratorio, riflessione teorica e pratica del documentario. L'idea è quella di calare subito i partecipanti in un contesto operativo. Si realizzeranno brevi prodotti che seguano le tematiche proposte nel festival e durante la serata finale saranno proiettati alcuni spot dei lavori prodotti.
Le lezioni e le attività laboratoriali sono gratuite e rivolte ai volontari delle associazioni.
Per partecipare è necessario iscriversi entro mercoledi 25 novembre 2009 compilando la scheda allegata e inviandola via fax o via email alla delegazione Cesvot di Arezzo. Le domande di partecipazione saranno selezionate in base all'ordine di arrivo.
Il festival è patrocinato da: Mediateca regionale Toscana, Università di Siena sede di Arezzo, Provincia di Arezzo, Comune di Arezzo, Comune di Cortona, Comune di San Giovanni Valdarno, Comune di Bibbiena, Comune di Sansepolcro, Comunità Montana Valtiberina Toscana, Comunità Montana del Casentino.
Hanno collaborato le Associazioni culturali: Cineforum 2, Sentieri Selvaggi, Metamultimedia, Amici al cinema-Cinespazio onlus, Fedic, Sogni Magici - Dialoghi di luce.
«Credo proprio che questo sarà il mio capolavoro». È la battuta finale del tenente Aldo Raine (Brad Pitt), prima dei titoli di coda di Bastardi senza gloria.
Ogni film di Quentin Tarantino è un conglomerato di ipertesti, criptocitazioni, autoriferimenti: una marea di rinvii che rende le sue opere la quintessenza del postmodernismo, in un concetto di forma artistica che non prescinde mai dall'elemento ludico, quasi fanciullesco, del "ricomporre", dello "smontare-rimontare", in un gigantesco Meccano giocato da un cinefilo onnivoro per il divertimento del suo pubblico più o meno "spaiente" e della critica più o meno "costruzionista".
Inglorious Basterds,però, è il film di Tarantino che più di tutti si allontana dalla griglia ermeneutico-simbolica del videogame,perché si cimenta con la materia storica, anzi con argomento più incandescente di tutti: Hitler e il Terzo Reich.
La scelta era pressoché obbligata o - come dire - preventivabile, perché incarnando oramai il Führer l'idea di Male Assoluto, nulla più del Nazismo si presta a veicolare il concetto tarantiniano per eccellenza, vero perno di tutta la sua opera: quello di "vendetta".
Onore, onta, prevaricazione, umiliazione, vendetta: dai killer alle madri di Tarantino, tutti i suoi personaggi agiscono mossi dall'impulso a "regolare i conti".
L'idea di un gruppo di ebrei che va a caccia di Nazisti era quindi troppo "ghiotta", cinematograficamente nuova e tuttavia, in qualche modo, "contenuta" in decine di altri film (soprattutto della tradizione "bassa", dei Maccaroni Kombat), che difatti il buon Quentin regolarmente cita.
Poi ci sono, ovviamente, tutte le "tarantinate" che fanno felici i fans: dal feticismo del piede femminile ai dialoghi fluviali e apparentemente off topic, fino la colpo di scena finale, che dà senso al titolo e che nello schema ricalca quello di Death Proof (il "marchio della vendetta" impresso a forza in testa al persecutore... non fino a spappolargliela, stavolta!).
Ma quello che eleva Bastardi senza gloria sopra i precedenti film del nostro è l'intento palese di farne una favola («C'era una volta in una Francia occupata dai nazisti...», recita la prima didascalia), che è, possibilmente, l'evoluzione dello "statuto del videogame" di cui sopra, ma che è capace di deviare la storia dai suoi binari e di avvantaggiarla verso momenti di pura suggestione (la morte di Hitler ricorda la fuga di Aldo Moro in Buongiorno, notte di Bellocchio), per di più pregni di simbolismi metacinematografici (praticamente tutto il Reich perisce dentro un cinema dato alle fiamme)...
Insomma, Quentin non è più il fanciullo che gioca: adesso fa poesia... sul cinema!
La 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stata una gran bella mostra, probabilmente la migliore della gestione Müller: francamente non ho visto un solo film scadente o decisamente brutto ed è da salutare con gioia anche il ritorno del cinema italiano di qualità, pur nell’assenza dei “Grandi Maestri” (che sembrano preferire Cannes, dove talvolta vincono) – ed escludendo Baaria (ché comunque Tornatore non è un Grande Maestro).
Anche la “premieria” quest’anno non è stata deludente, essendo andati i riconoscimenti ai film davvero più meritevoli e gratificando (altro particolare notevole) quasi esclusivamente delle opere prime, in taluni casi talmente sorprendenti e/o potenti (vedi A Single Man di Tom Ford, La doppia ora di Giuseppe Capotondi, Lebanon di Samuel Maoz) che se tanto mi dà tanto…
Vado ora a chiosare i film passati al Lido (giudicando solo per quel che ho visto, ad esclusione di Baaria che ritengo pre-giudizialmente una ciofeca – a proposito, stupendo il messaggio lasciato da un anonimo nella bacheca “Ridateci i soldi” di Gianni Ippoliti a proposito dei commenti entusiastici rilasciati dal Padrone dell’Italia e di Medusa: «Ho la prova che Berlusconi non ha visto il film di Tornatore»).
CONCORSO
Soul Kitchen di Fatih Akin – Germania
Il regista de La sposa turca e Crossing the Bridge è sempre molto attento al mainstream e i suoi film non esplorano certo schemi non collaudati. Con Soul Kitchen Fatih si dimostra ormai pronto per Hollywood… Non che questo sia comunque spregevole a priori (che poi, quando alla Mostra Hollywood manca o ce n’è poco, tutti giù a lamentarsi per la noia mortale), anzi: il film è una gradevolissima commedia fracassona, con musica accattivante, protagonisti simpatici, ambientazione cool e si ride spesso…
Magari dargli il Premio Speciale della Giuria, però, è po’ troppo!
La doppia ora di Giuseppe Capotondi – Italia
Una delle maggiori sorprese della Mostra. Non avrei dato un centesimo ad un’opera prima italiana, presentata come un horror psicologico e interpretata dall’insopportabile (dopo La sconosciuta, del regista di Baaria) Xenia (o Xsenia, o Xsenyia) Rappoport. E invece… Certo, il regista non si inventa niente: si vede che si è nutrito a pane e Nakata (nel senso di Hideo, il regista nipponico di Ring e Dark Water)...
Ma provate voi ad esordire senza citare nemmeno un modello e/o a realizzare un horror psicologico, in Italia, senza rifare Dario Argento! Il buon Capotondi (classe 1968) ci riesce (a non citare il maestro di Profondo rosso, intendo), costruendo una storia bella tesa che in alcune scene fa decisamente paura (evitando – grazie a dio – soggettive dell’“assassino”).
La faccia di Filippo Timi contribuisce non poco al crescendo tensivo della pellicola; quella della Rappoport contribuirà non poco al radicamento della convinzione – nelle menti deboli – che le donne dell’est sono tutte infide puttane (e non se ne sentiva davvero il bisogno in uno dei paesi più xenofobi d’Europa).
Lo spazio bianco di Francesca Comencini – Italia
La dis-grazia della famiglia Comencini si chiama Cristina… Fortunatamente quest’anno al Lido è venuta Francesca che, invece, spesso fa film interessanti e che con questa storia di maternità “laica” centra la sua opera più intensa (fino ad ora).
Come sempre (fin da Le parole di mio padre e Mi piace lavorare – Mobbing), F. Comencini ripone molta attenzione al linguaggio, sottolineando con misura le storture di una società obsoleta, come quella italica, attraverso parole (Morettianamente “importanti”), gesti e ritualità che non possono non suonare stonate, inadeguate quando non decisamente offensive.
Qualche “fandangata” di troppo nella plongée sulla bianca, simmetrica nursery, con tanto di balletto delle primipare!
Margherita Buy meritava – senza “se” e senza “ma” – la Coppa Volpi.
White Material di Claire Denis – Francia
Nonostante la consueta, bellissima glacialità di Isabelle Huppert (che, comunque, sta diventando un po’ troppo vittima della sua fama), il film non convince molto: troppi elementi lasciati in sospeso, troppa blaserie decadente (ben due aristocratici latifondisti sono malati e decisamente folli, accidiosi come sifilitici), troppi personaggi buttati là, a casaccio (un inutile Christopher Lambert; il Boxeur rivoluzionario guevariano appena accennato e tirato fuori ogni tanto, giusto perché oramai ce l’hanno infilato e in qualche modo l’eroe popolare va fatto morire)… Si esce dalla sala con la convinzione di aver assistito allo spreco di una bella occasione.
Mr. Nobody di Jaco Van Dormael – Francia
In molti hanno adorato questo pastiche interpretato dal cantante del gruppo emo 30 seconds to Mars, Jared Leto con la verosimiglianza di un pulcino vestito da aquila.
La metafora è trita e ri-trita: le scelte sono difficili e a volte le alternative sono ugualmente valide (voglio dire… anche Sliding Doors ci arrivava!) e mai chiedere ad un bimbo se vuol più bene al babbo o alla mamma (uno strazio alla Kramer contro Kramer!).
Gli effetti della fisica quantistica sulla narratologia contemporanea, inoltre, erano già evidenti fin dal Dottor Zivago di Boris Pasternak e Paul Auster ha scritto un buon romanzo sulla Musica del caso; certe soluzioni grafiche si erano già viste in Se mi lasci ti cancello...Bastava così. Infine, non si può (blasfemia) citare il ballo delle astronavi di 2001: Odissea nello spazio (vincendoci, per di più, l’Osella per la miglior scenografia)!!!
A Single Man di Tom Ford – Usa
Un altro esordio sorprendente che sulla carta non prometteva niente di più che una patetica incursione (profanazione) nel regno della Settima Arte da parte di un disegnatore di borsette. Evidentemente, invece, Tom “so cool” Ford ci teneva moltissimo a raccontare questa storia, perché A Single Man è un film “con l’anima” (ancor più di Brokeback Mountain, fino ad oggi il film a tematica gay più “generalista”), nonostante una oculatissima attenzione alla forma (che in un neofita, per di più stilista, era inevitabile).
La giusta misura viene ricondotta al centro dell’opera grazie alle interpretazioni magistrali di tutto il cast: straordinaria l’apparizione di Julianne Moore, ma la recitazione di Colin Firth è davvero eccezionale ed è stata a buon diritto ricompensata con la Coppa Volpi.
Al Mosafer (The Traveller) di Ahmed Maher – Egitto
Maher prova, arditamente, a concentrare la storia di una vita in tre giornate, selezionando tre spaccati esistenziali esemplari e tralasciando il resto. Perché un film così possa funzionare, la narrazione dovrebbe essere passionale e lo spettatore dovrebbe rimanere incantato da questi momenti unici. Questo, purtroppo, non avviene in Al Mosafer (The traveller), dove il punto debole rimane proprio la scrittura. Dei tre episodi, solo il primo si può dire ben scritto; per i resto, ben pochi passaggi potrebbero essere definiti “appassionanti”, e spesso la storia si perde in particolari pleonastici, aggiunti solo per mostrare immagini psuedo-poetiche (la sposa tra le onde, la casa invasa dagli uccelli…) che poco immettono alla storia e sono troppo debitrici di altri (ben più coerenti) autori: Fellini, Chahine, Kusturica.
Lebanon di Samuel Maoz – Israele
Come Ari Folman (autore di Walzer con Bashir) Samuel Maoz era un carrista israeliano: a 20 anni si trovò al centro di una battaglia sanguinosa durante la quale gli capitò anche di uccidere. Questo evento ha segnato tutta la sua vita e solo dopo due decenni ha trovato la forza di farci un film. E che film!!!
Innanzi tutto c’è un’idea formale molto forte: in Bashir era l’uso dell’animazione; in Lebanon la scelta di ambientare 92 minuti di pellicola dentro un carro armato, mostrando l’esterno attraverso l’occhio robotico del periscopio dell’artigliere Shmulik (il personaggio più autobiografico del film) che con bello e pudico coraggio ricorda gli occhi sbarrati sull’orrore di Kubrick (Arancia Meccanica, 2001: Odissea nello spazio, Eyes Wide Shut). Il resto lo fa la guerra: da sempre evento in-dicibile, in-visibile, nonostante la tecnica cerchi di mostrarcelo da tutte le angolature possibili.
Ma l’osceno (ob skenè, fuori scena, appunto), in genere, non viene mostrato dai proiettili traccianti e dai bengala: qui invece si [dis]incarna nel rantolo di un asino squarciato da una granata, nel suo occhio sbarrato (ancora) che… (ebbene sì) piange.
Davvero il Miglior Film del concorso.
Lola di Brillante Mendoza – Filippine
Inserito in corso d’opera nella selezione principale, questo film su due anziane nonne filippine, contrapposte a causa dei nipoti (l’uno vittima, l’altro carnefice), ha del meraviglioso… nel senso che rappresenta un universo devastato (dalle inondazioni, dai tifoni, da una natura matrigna – la prima scena dell’accensione della candela votiva che il vento impetuoso ostinatamente impedisce è bellissima), condannato all’infelicità, eppure costantemente rinascente, caparbiamente tenuto in vita e resuscitato dall’incrollabile sentimento di speranza che anima due vecchiette, nemiche all’inizio, perché il fato le ha poste sui versanti opposti di una miserevole vicenda umana, riconciliate, infine, da una chiacchierata sui comuni dolori e acciacchi senili.
E anche la natura, una buona volta, si placa: la scena finale dei pesci, “miracolosamente” comparsi durante la veglia funebre è pervasa da un sentimento davvero religioso che infonde al film un lirismo simbolico intensissimo e commovente.
Peccato sia rimasto senza premi.
Capitalism: A Love Story di Michael Moore – Usa
Esattamente vent’anni dopo Roger & Me, Michael Moore ritorna su una questione che gli sta estremamente a cuore: gli effetti disastrosi prodotti dal dominio delle grandi aziende sulla vita quotidiana degli abitanti degli Stati Uniti e del mondo intero. Stavolta il colpevole è molto più grande della General Motors, e la scena del crimine molto più ampia di Flint, Michigan. Mescolando l’umorismo all’indignazione, Moore esamina la tormentosa questione del prezzo pagato dall’America a causa del suo amore per il capitalismo, un’infatuazione finita nel peggiore dei modi e destinata (forse) a terminare con un clamoroso divorzio (almeno nelle speranze del regista).
Ma Moore non ci ammannisce soltanto la sua “visione” degli ultimi 60 anni di storia americana, non ci fornisce solo una teoria fondata su un credo: snocciola dati, mostra fatti inediti, rivela particolari esclusivi ed inauditi… Tutte cose che ultimamente pareva essersi dimenticato di saper fare e che invece sono la condicio sine qua non dell’ottimo documentario: quello che Capitalism: A Love Story decisamente è.
Zanan bedoone mardan (Women Without Men) di Shirin Neshat – Germania
Un film iraniano (o, in alternativa, uno cinese) a Venezia qualcosa deve vincere per forza. Resta il fatto che Women Without Men è profondamente noioso, però – come spesso si dice, non avendo il coraggio di ammettere lo sfrangimento di palle – «ha una bellissima fotografia».
La visual artist (o videasta, come solo Marco Müller ama dire) iraniana Shirin Neshat vive da 30 anni a New York... e si vede. Riesce a patinare anche le fogne di Teheran (ricostruendo tutto in Marocco) e spalma su tutto i tappeti musicali ambient di Ryuichi Sakamoto, affogando nel calligrafismo il messaggio rivoluzionario e femminista e perdendo un'ottima occasione per ricollegarsi all’Iran del presente (citato solo dal cartello finale, con dedica a tutte le vittime cadute per la libertà: dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 alla contemporanea Rivoluzione Verde).
Altro che Arte Visuale: questo è il cinema di nonna Abelarda!
Il grande sogno di Michele Placido – Italia
Il paragone, azzardato ma inevitabile, è con La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, per la scelta del regista di “misurare” il politico, l’ideologico sul fronte delle scelte private, delle vite, degli amori, dei mestieri dei protagonisti. Qui però è come se ci fossero due film: da una parte gli intrecci e gli scambi amorosi tra Anna, Nicola e Libero; dall’altra gli scontri di Valle Giulia, la rivolta dei braccianti di Avola.
Placido è un autore onesto e sincero (il personaggio autobiografico, ottimamente interpretato da Riccardo Scamarcio, è il più riuscito) ed è bravo a svicolare le trappole di un ritratto connivente: anzi i suoi sessantottini sono tutti piuttosto antipatici.
Ma è il tono generale che non convince, l’amalgama tra pubblico e privato non riesce bene e la “crema” – alla fine – “impazzisce”. Giordana forse esagerava col paternalismo e il “volemosebbenismo”, ma il Sogno di Placido, così com’è, può essere a buon diritto anche il sogno di Medusa–Gruppo Mediaset e questa (checché ne dica l’incazzoso autore) è una contraddizione bella e buona.
36 vues du Pic Saint Loup di Jacques Rivette - Francia
«Nella vita – dice un personaggio di Mr. Nobody di Van Dormael – per la maggior parte del tempo non succede nulla… Come in un film francese».
Solo un vecchio francese poteva girare la storia di un flaneur in Bmw che insegue un circo dove lavorano una misteriosa signora (che anni prima ha causato accidentalmente la morte del compagno, durante un numero pericoloso) e un clown triste e filosofo, meticoloso e conservatore della propria arte. Rivette rifiuta assolutamente la modernità e non si rifugia affatto nella postmodernità, tanto per fare il regista à la page, ma esibisce orgogliosamente la sua classicità, il suo essere “antiquato”, inserendo nel linguaggio cinematografico quello teatrale (come ne La duchessa di Langeais) e quello circense (come nessuno osava più, dai tempi di Fellini).
Questione di punti vista: a me è piaciuto (senza entusiasmarmi: meno concettualismo avrebbe sicuramente giovato).
Survival of the Dead di George Romero – Usa
Il film più brutto della Mostra. Sì, d’accordo, Romero è il paladino della Hollywood indipendente… Ma la sua indipendenza produttiva oggi in cosa consiste??? Nel reciclare per la "centottantesima volta" la metafora dei morti viventi come simbolo dell’umanità in declino, suicida e cannibale? Un film “telefonatissimo” che non fa mai paura (ve lo ricordate, vero, il terrore "fisiologico" che promanava da ogni inquadratura di Night of the Living Dead?), con dialoghi e personaggi ridicoli e impostato tutto sull’idea che basti ambientare tutto su di un’isola per raggiungere i “grandi significati”… Beh, caro Romero, è più significativa e metaforica (e fa molta più paura) L’Isola dei Famosi!!!
ORIZZONTI
Repo Chick di Alex Cox – Usa
Come qualsiasi (banale?) artista post-moderno e sedicente indipendente, Cox lavora con materiali di recupero che accumula senza posa nella scenografia interamente ricreata al computer o rappresentata da plastici e pupazzetti poi sovrimpressi col green screen. Finge di prendersela con tutto e tutti: soprattutto (ovviamente) con il capitalismo, i media e lo Star System di cui Pixxi, una starlette malcelatamente modellata sullo stampo di Paris Hilton, è l’ultima rimbambita protagonista.
Pop Art, Comics, Cartoon à go-go.
Anarchismo sterile (perché obbligatorio e ripetitivo), fastidioso e stucchevole.
1428 di Haibin Du – Cina
Avete presente lo speciale di Bruno Vespa sul terremoto dell’Aquila?
Bene… Rovesciatelo e avrete la stupenda lezione di arte documentaristica offerta dal cinese Haibin Du con 1428. Dignità, dolore privato (la famiglia che cerca gli oggetti personali del figlio tra le rovine del dormitorio della scuola dove probabilmente è rimasto ucciso è straziante), sopravvivenza (i preparativi per la festa del Capodanno Lunare, l’inizio di un nuovo anno, un nuovo ciclo), critica sociale e politica (viene mostrata senza patemi la difficoltà degli abitanti del Sichuan ad indignarsi seriamente contro il potere centrale, tutt’altro disposto a ricevere critiche dall’interno…. Uhm… Cosa mi ricorda???), e un pietoso lirismo (il giovane demente vagabondo che gira scalzo tra le rovine, con il suo sguardo assente, tuttavia… significativo) sono gli ingredienti di questo bellissimo film, che purtroppo dubito qualcuno distribuirà in Italia e che danno ancora il senso all’espressione Mostra d’Arte Cinematografica.
Aadmi ki aurat aur anya kahaniya (The Man’s Woman and Other Stories) di Amit Dutta – India
Mi sono costretto ad un tour de force incredibile per vedere questo film indiano (che ha guadagnato le menzione speciale della Giuria), attirato dalla trama dichiarata alle agenzie: Tre episodi. Un uomo vive in una camera con un albero vicinissimo alla sua finestra. Ha paura che entrino uccelli e serpenti, ma spera di riuscire ad avvicinare la donna che vede da quella stessa finestra. Un altro uomo vuole cancellare il nome di sua moglie che ha tatuato sul braccio, considerando persino la possibilità di tagliarsi l’arto, ma un suo amico ha un’idea migliore. Nei sobborghi una donna, che dorme sotto un lampione, è costretta a seguire un giovane alla ricerca di un suo amico: mentre il ragazzo vuole conoscere la sua storia, lei vorrebbe solo dormire.
Sembra figo, no???
NO. Ho dormito per quasi tutto il tempo: due coglioni gonfi come il Gange nella stagione dei monsoni!
The One All Alone di Frank Scheffer – Olanda
Frank Scheffer è uno dei massimi registi in attività nel poco frequentato genere del documentario artistico d’argomento musicale.
I suoi film sembrano rivolgersi più ad un pubblico di "addetti ai lavori", che a persone semplicemente curiose di avvicinarsi all’arte di creativi quali Elliott Carter o John Cage. o Edgard Varèse, protagonista quest’ultimo di The One All Alone, compositore dallo stile unico e forse ostico per chi non conosca i percorsi novecenteschi della musica. Il film invece è un omaggio audiovisivo limpidissimo e assai fruibile per tutti, pur conservando una sostanziale enigmaticità che ricalca la qualità essenziale della musica di Varèse (presentata così com’è, senza commenti o analisi, in lunghe citazioni sonore accompagnate da libere associazioni visive, rimandanti al variegato background di Scheffer nella videoarte, nel videoclip e nell’avanguardia artistica) e che restituisce non un profilo biografico dell’artista, ma il ritratto di una mente straordinaria al lavoro.
CONTROCAMPO ITALIANO
Il Compleanno di Marco Filiberti – Italia
Un altro bel film italiano. Coraggioso perché non teme di confrontarsi con le “dis-misure” del melodramma (a sfondo gay, per altro), col tormento ed estasi wagneriano, con l’estetica trash (le citazioni musicali anni ’80 – Maledetta primavera, in una scena delirante, erotica e visionaria – e nazional popolari come Zingara), senza però perdere di vista la lucidità di un’analisi sociale ed esistenziale che irrora tutto il film, senza appesantirlo con fastidiosi didascalismi o psicologismi (la professione di Matteo e il suo rapporto con la paziente Giuliana – la solita, strepitosa, “matta”, Piera Degli Esposti – era un dato molto rischioso, che invece il regista sfrutta al meglio). Anche divertente (nel personaggio di Alessandro Gassman, ormai molto maturato come interprete) e ben recitato da tutti.
FUORI CONCORSO
The Men Who Stare at Goats di Grant Heslov – Usa
Gradevolissima commedia. George Clooney in queste parti è ormai una garanzia. Jeff Bridges è sempre godibilissimo (specialmente quando rifà, come qui, Lebowski). Ewan McGregor è bravo, ma gli rubano sempre la scena. Dietro lo sguardo cinico con cui si ride di vicende serissime (il Vietnam, l’Iraq) si avverte la forte critica del regista verso la politica americana, popolata, ieri come oggi, da individui perfettamente amorali. Ma tutto questo – a Venezia – è andato perso, come lacrime nella pioggia… anzi come paillettes sul vestito della Canalis.
The Informant di Steven Soderbergh – Usa
Steven Soderbergh è un regista prolifico e originale, ma discontinuo, capace di firmare opere intense come i due film sul Che per poi di incagliarsi nelle secche della mediocrità con pellicole come questa. The Informant, infatti, pur muovendo da uno spunto interessante, non riesce a sostenere un ritmo e quell’ironia che il regista si era prefisso di usare come registro stilistico, finisce per trasformarsi in una narrazione a tratti soporifera. L’idea di rivelare, a poco a poco, il meccanismo della bugia che, come nel gioco delle scatole cinesi, apre, via via, nuovi scenari della menzogna poteva davvero risultare un ottimo materiale sul quale costruire una commedia dalle sfumature dark, ma Soderbergh lascia che il grottesco si impasti nella verbosità della sceneggiatura e non riesce a fare decollare la storia. Nonostante Matt Damon se la cavi più che egregiamente nel ruolo dello spostato Whitacre, The Informant non avvince, smorzando nella piattezza di un racconto monocorde i guizzi di poche, divertenti battute.
South of the Border di Oliver Stone – Usa
Questo documentario non è certo un capolavoro ed è contestabile in più punti. Hugo Chavez non merita assolutamente le ovazioni che gli hanno tributato al Lido.
Eppure esci dal film di Stone (come pure da quello di Michael Moore) con una domanda in testa: ma noi in quale paese viviamo? Pur con i loro difetti e con risultati molto diversi, questi due documentari, comunque, raccontano il mondo di oggi, in maniera egregia. E soprattutto mostrano a noi italiani, abituati a un giornalismo supino, incapace di approfondire alcunché, cose del tutto inedite.
I lavori di Moore e Stone rappresentano al meglio ciò che ogni documentarista dovrebbe e vorrebbe fare: raccontare l'oggi, i mutamenti, le contraddizioni. Mostrare tutto ciò che la televisione, compresa quella americana, non vuole fare. Quando mai avete visto un'intervista approfondita a Hugo Chavez o al presidente dell'Ecuador Correa? E quale trasmissione televisiva potrebbe mai permettersi di mettere pesantemente in discussione il capitalismo?
Le due pellicole sono state girate quando George W. Bush era ancora alla Casa Bianca. Obama arriva in corso d'opera e entrambi i cineasti registrano la sua elezione, a fine film, come una svolta epocale. I film si chiudono colmi di sorpresa e di speranza.
SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA
Det enda rationell (Una soluzione razionale) di Jörgen Bergmark – Svezia
Sembra di vedere il vecchio Woody Allen che rifaceva Bergman. Al suo primo lungometraggio, Jorgen Bergmark mette in scena le imprevedibili oscillazioni del cuore, attraverso i volti e i corpi dei suoi protagonisti, ben presto in balìa di quella “soluzione razionale” cui loro stessi hanno dato vita. Un film “di parola”, dove la scena è quella teatrale, un palco sul quale esibirsi, mettere a nudo le emozioni, appena trattenute. Impeccabilmente interpretato, Una soluzione razionale ha una struttura narrativa solida, che conduce per mano lo spettatore, in un gioco al massacro dove, forse, si poteva osare anche un po’ di più… Quasi che anche l’autore, in conclusione, abbia dovuto sopire le spinte irrazionalistiche che la storia poteva convogliare, per approdare ad una sua personale “soluzione razionale”
[...] Poi è iniziato Von Trier, con un cazzo in una fica fotografati benissimo. Che poi basta leggere i titoli di coda per scoprire che quelle sono - ovviamente - controfigure; è un film tutto fotografato benissimo, e non a caso il direttore della fotografia è Anthony "Best. Middle name. Ever." Dod Mantle, che io amo chiamare Dod, e che ho persino perdonato per aver fotografato Slumdog Millionaire tutto di sbieco e aver contribuito a fare un film che era brutto facendo credere a tutti che fosse bello e coronando il tutto con i miliardi fatti a spese dei bambini delle bidonville, ai quali hanno sparato in fronte dopo l'ultimo ciak, è risaputo.
Ma dicevamo di Lars. A un certo punto nel film c'è Dafoe che vede una volpe morta con le budella di fuori che gli dice: "il caos regna", e lui lo interpreta come un presagio funesto. Tant'è vero che dopo (SPOILER) la Gainsbourg gli dà una gran botta nei coglioni con un ceppo di legno, poi gli fa una sega e lui sborra sangue. Scusate, non c'è un modo politically correct di dirlo. Gli esce il sangue dall'uccello e macchia la camicetta della Gainsbourg, che gira per i boschi col pelo di fuori.
Il caos fregna.
Non era descritto così l'amore ne L'arte del sogno, vero, Gainsbourg?
Comunque il film non è male. Parte molto bene, e poi è una lenta discesa inesorabile nel WTF, ma di quel WTF costruttivo che fa ululare di sdegno la critica più superficiale e meno avvezza alle sforbiciate dei clitoni. Poi alla fine, nel corso di quella pubblicità dell'amaro Montenegro che è l'epilogo, c'è una evidentissima citazione del Ritorno dello Jedi, palese, con i fantasmi della volpe, del cerbiatto e del corvo che appaiono al protagonista sopravvissuto come Anakin, Yoda e Obi Wan a Luke. Ma senza Ewoks, il che è già un guadagno. Il summenzionato corvo tra l'altro è protagonista di una delle scenette più divertenti del film, non so se la sapete, ve la racconto, allora praticamente, no?, c'è Dafoe dentro una buca che trova questo corvo mezzo morto e quello gracchia e lui gli dà un sacco di botte in testa per farlo stare zitto ma quello non muore mai e continua a gracchiare.
Gracchia la belva umana.
È una scena che ricorda molto Duck Soup quando c'è Harpo che tenta di mettere a tacere la radio che suona a tutto volume, distruggendola. Tra l'altro non c'entra niente ma Ong Bak 2 è brutto forte.
Andate a vedere Antichrist di Lars Von Trier, non vi piacerà ma almeno avrete (a) qualcosa di cui parlare, e (b) la sensazione che sotto sotto siete voi che non lo capite. Il tipo in fila davanti a me al cinema, notando che c'era tanta gente in sala, ha detto "eh ma l'esoterico tira a bestia di questi tempi".
«Due anni fa ho sofferto di depressione. Tutto mi sembrava inutile, volgare. Sei mesi dopo, come esercizio, ho scritto un copione. Era una sorta di terapia, una prova per vedere se sarei mai riuscito a fare un altro film. L'ho poi realizzato senza alcun entusiasmo, girando scene senza alcun motivo. Le immagini erano costruite senza logica. Spesso venivano dai miei sogni. Il film non contiene alcun codice morale. Ho letto Strindberg, da giovane. Ho letto con entusiasmo le cose che ha scritto prima di andare a Parigi e diventare un alchimista... il periodo poi definito "la crisi infernale". Forse Antichrist è la mia crisi infernale? La mia affinità con Strindberg? Ad ogni modo, non ho scuse per Antichrist. Se non la mia assoluta fede nel film, il più importante della mia carriera».
Così Von Trier nelle note di regia del suo ultimo film fischiatissimo a Cannes (e comunque premiato per l'interpretazione della Gainsbourg).
Speriamo davvero che, almeno, il film gli sia servito come valida terapia antidepressiva, perché se invece fosse solo un sintomo di una nuova condizione patologica del regista, dovremmo preoccuparci seriamente per la sua salute mentale. Ha un bel dire, Von Trier, che tirare in ballo la caccia alle streghe non significa approvarla, può citare Strindberg (o Bosch, o Haendel) quanto vuole... lo spettatore esce dalla visione di Antichrist con una sola impressione: che l'autore abbia perso la cognizione della differenza (enorme) che passa tra caos e confusione.
Per spiegare meglio, dovremmo accostarlo ad un altro regista in-concludente come David Lynch (cui pure molte immagini e suoni di Antichrist rimandano): il suo rifiuto di un esito logico, razionale delle vicende, le sue trame che si sfilacciano in mille rivoli devianti, approdano tuttavia ad un "ordinamento" alternativo, vuoi onirico, vuoi trascendentale o metafisico.
A cosa approda Antichrist? All'astrologia??? No, il film si rivela un patetico fallimento, se non altro commovente in quanto prova provata dell'assoluta sincerità del regista che, ossessionato dal Male ne identifica finalmente e definitivamente l'origine nella natura (intesa proprio come genitale) femminile, reificando una paranoia che ci ripropone almeno dai tempi de Le onde del destino ovvero che la catarsi (quasi sempre ad appananggio del maschio) debba necessariamene passare attraverso un percorso di umiliazione sessuale della donna.
Devo constatare, quindi, che più che orrore e scandalo, Von Trier è riuscito a suscitare compassione per se stesso (il che, forse, è l'obiettivo reale della maggior parte dei depressi - quindi, magari, il Diavolo, l'Anticristo, è lo stesso Lars!), mettendo però, con questo film che lui stesso definisce «il più importante della [sua] carriera», sotto una luce "sinistra" anche i suoi lavori precedenti che paiono sempre meno giustificabili e sempre più il gigantesco bluff di un presuntuosissimo metteur en scène che ha spacciato un ferreo rigore formale (tra l'altro "dogmatico" solo sulla carta, perché da lui stesso più volte derogato nella pratica) per austerità morale.
Von Trier dice di essere uscito dalla sua "crisi infernale": anche la sua attrice protagonista dichiara di stare molto meglio, a metà film.... dopo di che tira una legnata al pene del marito, gli infila una mola nello stinco e si taglia il clitoride con le forbici!
L’anima a Dio, la vita al Re, il cuore alla Dama, l’Onore a me
Soltanto i geni riescono ad anticipare i tempi, a captare con le loro peculiari antenne un movimento, la direzione di un gesto, il riproporsi di vecchi fantasmi, prima che il fenomeno si verifichi.
I più fortunati poi (perché a volte anche di fortuna si tratta), riescono a produrre le loro teorizzazioni, a manifestare le loro concretizzazioni artistiche, proprio nel momento più opportuno, quando il senso preconizzato nella loro opera si sta manifestando nella sua forma più virulenta, cosicché l'autore di tal vaticinio da pre-venuto assurge al ruolo di profeta.
Marco Bellocchio è un genio, ed è riuscito (forse anche fortunosamente) a "piazzare" il suo ultimo, bellissimo film Vincere all'interno della manifestazione cinematografica più autorevole e visibile del Vecchio Continente proprio mentre al suo "Paesello" scoppiava un scandalo a sfondo sessuale in cui la condizione della donna veniva miseramente messa sotto i (soliti) tacchi del potere.
Impossibile non trovare delle analogie tra le vicende Mussolini-Dalser e Berlusconi-Noemi e non solo nel significanto profondo e sottostante (ma evidente) della sopraffazione sessuale (bellissimi - grazie soprattutto alla fotografia di Daniele Ciprì - gli amplessi "feroci" tra la Mezzogiorno e un Timi che più taurino non si potrebbe) del maschio autoritario sulla ragazza affascinata dal potente (virilmente e politicamente parlando), ma anche - ad esempio - nella seduzione esercitata sulle masse in generale e sulle vittime in particolare dall'immagine, allora proiettata, oggi teletrasmessa.
Mussolini fu il primo statista a capire e a sfruttare l'enorme potenziale del cinema; il fondatore di Cinecittà fu il primo vero Signore del Cinema italiano, così come Silvio Berlusconi lo è della Televisione, che ha radicalmente cambiato, innovato e usato.
In Vincere Bellocchio proietta film ovunque: al cinema, sul soffitto, sull'acqua e la protagonista guarda estasiata il suo amante sul grande schermo come un'aspirante velina di oggi guarderebbe il suo tronista preferito in TV; e si commuove veramente solo quando ritrova la sua storia nella genitorialità negata allo Charlot de Il monello.
Ed è abbastanza straziante constatare (ancora una volta) come - ieri come oggi - la maggioranza delle persone non si accorga della buffoneria del paranoico esaltato che ha eletto a proprio leader (il risibile discorso del Duce ad Ancona viene infatti parodiato dal figlio bastardo, ma osannato dalla folla).
Venendo a parlare dello "specifico filmico", in Vincere Bellocchio ritrova tutti i suoi tòpoi tematico-stilistici: dall'intreccio delle dinamiche del potere con quelle della psiche, al peso di un padre lontano che consucono il figlio allo sbandamento rabbioso e alla follia; dall'ambiente "labirintico" che disorienta, alla predilezione per il chiaroscuro e per l'"inserto" straniante, extra-diegetico.
E proprio su quest'ultima connotazione il regista gioca la sua carta vincente, dal punto di vista stilistico: quello che in Buongiorno, notte era servito dalle immagini della TV sempre accesa nel covo delle BR e dalla musica dei Pink Floyd, che ne Il regista di matrimoni veniva prodotto dai frame sgranati di una fantomatica telecamera a circuito chiuso, in Vincere trova un suo corrispondente negli spezzoni di cinegiornale, nelle animazioni grafiche che riproducono il lettering dei collages cubista-futuristi e il velleitarismo degli slogan fascisti e nell'onnipresenza del melodramma, sia come citazione diretta (Leoncavallo) che in forma di modello per la stupenda, ostinata, tonitruante colonna sonora, permettendo al regista di fare i conti con la Storia pur tradendola e non lasciandosene però troppo imbrigliare.
Il trait d'union con il Moro sopravvissuto al sequestro e saltellante per le strade di Roma di Buongiorno, notte è, allora, la meravigliosa immagine di Giovanna Mezzogiorno (mai così brava e commovente... finalmente, mi verrebbe da dire) arrampicata sulle sbarre di una finestra che lancia lettere nella neve: un'immagine di libertà e di pura fantasia (dell'autore) che sigilla il film come un gesto estremo, poetico e non scomposto (come nel finale de I pugni in tasca), ma sempre "bellocchianamente" irriducibile alla logica dell'opportunità, della convenienza, della morale imposta o, semplicemente, del buon senso («Questo non è il tempo di gridare la verità - aveva ammonito Ida lo psichiatra curante - È il tempo di tacere, di recitare una parte»).
inizieranno a breve le riprese di Abbiamo il Papa, il nuovo film del regista attore romano, nel quale interpreterà il ruolo dello psicanalista del Santo Padre.