29 maggio 2009,6:31 PM
Antichrist reloaded
[...] Poi è iniziato Von Trier, con un cazzo in una fica fotografati benissimo. Che poi basta leggere i titoli di coda per scoprire che quelle sono - ovviamente - controfigure; è un film tutto fotografato benissimo, e non a caso il direttore della fotografia è Anthony "Best. Middle name. Ever." Dod Mantle, che io amo chiamare Dod, e che ho persino perdonato per aver fotografato Slumdog Millionaire tutto di sbieco e aver contribuito a fare un film che era brutto facendo credere a tutti che fosse bello e coronando il tutto con i miliardi fatti a spese dei bambini delle bidonville, ai quali hanno sparato in fronte dopo l'ultimo ciak, è risaputo.
Ma dicevamo di Lars. A un certo punto nel film c'è Dafoe che vede una volpe morta con le budella di fuori che gli dice: "il caos regna", e lui lo interpreta come un presagio funesto. Tant'è vero che dopo (SPOILER) la Gainsbourg gli dà una gran botta nei coglioni con un ceppo di legno, poi gli fa una sega e lui sborra sangue. Scusate, non c'è un modo politically correct di dirlo. Gli esce il sangue dall'uccello e macchia la camicetta della Gainsbourg, che gira per i boschi col pelo di fuori.
Il caos fregna.
Non era descritto così l'amore ne L'arte del sogno, vero, Gainsbourg?
Comunque il film non è male. Parte molto bene, e poi è una lenta discesa inesorabile nel WTF, ma di quel WTF costruttivo che fa ululare di sdegno la critica più superficiale e meno avvezza alle sforbiciate dei clitoni. Poi alla fine, nel corso di quella pubblicità dell'amaro Montenegro che è l'epilogo, c'è una evidentissima citazione del Ritorno dello Jedi, palese, con i fantasmi della volpe, del cerbiatto e del corvo che appaiono al protagonista sopravvissuto come Anakin, Yoda e Obi Wan a Luke. Ma senza Ewoks, il che è già un guadagno. Il summenzionato corvo tra l'altro è protagonista di una delle scenette più divertenti del film, non so se la sapete, ve la racconto, allora praticamente, no?, c'è Dafoe dentro una buca che trova questo corvo mezzo morto e quello gracchia e lui gli dà un sacco di botte in testa per farlo stare zitto ma quello non muore mai e continua a gracchiare.
Gracchia la belva umana.
È una scena che ricorda molto Duck Soup quando c'è Harpo che tenta di mettere a tacere la radio che suona a tutto volume, distruggendola. Tra l'altro non c'entra niente ma Ong Bak 2 è brutto forte.
Andate a vedere Antichrist di Lars Von Trier, non vi piacerà ma almeno avrete (a) qualcosa di cui parlare, e (b) la sensazione che sotto sotto siete voi che non lo capite. Il tipo in fila davanti a me al cinema, notando che c'era tanta gente in sala, ha detto "eh ma l'esoterico tira a bestia di questi tempi".
Fausto Enormi

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28 maggio 2009,1:28 PM
Uomini che odiano le donne
«Due anni fa ho sofferto di depressione. Tutto mi sembrava inutile, volgare. Sei mesi dopo, come esercizio, ho scritto un copione. Era una sorta di terapia, una prova per vedere se sarei mai riuscito a fare un altro film. L'ho poi realizzato senza alcun entusiasmo, girando scene senza alcun motivo. Le immagini erano costruite senza logica. Spesso venivano dai miei sogni. Il film non contiene alcun codice morale. Ho letto Strindberg, da giovane. Ho letto con entusiasmo le cose che ha scritto prima di andare a Parigi e diventare un alchimista... il periodo poi definito "la crisi infernale". Forse Antichrist è la mia crisi infernale? La mia affinità con Strindberg? Ad ogni modo, non ho scuse per Antichrist. Se non la mia assoluta fede nel film, il più importante della mia carriera».
Così Von Trier nelle note di regia del suo ultimo film fischiatissimo a Cannes (e comunque premiato per l'interpretazione della Gainsbourg).
Speriamo davvero che, almeno, il film gli sia servito come valida terapia antidepressiva, perché se invece fosse solo un sintomo di una nuova condizione patologica del regista, dovremmo preoccuparci seriamente per la sua salute mentale. Ha un bel dire, Von Trier, che tirare in ballo la caccia alle streghe non significa approvarla, può citare Strindberg (o Bosch, o Haendel) quanto vuole... lo spettatore esce dalla visione di Antichrist con una sola impressione: che l'autore abbia perso la cognizione della differenza (enorme) che passa tra caos e confusione.
Per spiegare meglio, dovremmo accostarlo ad un altro regista in-concludente come David Lynch (cui pure molte immagini e suoni di Antichrist rimandano): il suo rifiuto di un esito logico, razionale delle vicende, le sue trame che si sfilacciano in mille rivoli devianti, approdano tuttavia ad un "ordinamento" alternativo, vuoi onirico, vuoi trascendentale o metafisico.
A cosa approda Antichrist? All'astrologia??? No, il film si rivela un patetico fallimento, se non altro commovente in quanto prova provata dell'assoluta sincerità del regista che, ossessionato dal Male ne identifica finalmente e definitivamente l'origine nella natura (intesa proprio come genitale) femminile, reificando una paranoia che ci ripropone almeno dai tempi de Le onde del destino ovvero che la catarsi (quasi sempre ad appananggio del maschio) debba necessariamene passare attraverso un percorso di umiliazione sessuale della donna.
Devo constatare, quindi, che più che orrore e scandalo, Von Trier è riuscito a suscitare compassione per se stesso (il che, forse, è l'obiettivo reale della maggior parte dei depressi - quindi, magari, il Diavolo, l'Anticristo, è lo stesso Lars!), mettendo però, con questo film che lui stesso definisce «il più importante della [sua] carriera», sotto una luce "sinistra" anche i suoi lavori precedenti che paiono sempre meno giustificabili e sempre più il gigantesco bluff di un presuntuosissimo metteur en scène che ha spacciato un ferreo rigore formale (tra l'altro "dogmatico" solo sulla carta, perché da lui stesso più volte derogato nella pratica) per austerità morale.
Von Trier dice di essere uscito dalla sua "crisi infernale": anche la sua attrice protagonista dichiara di stare molto meglio, a metà film.... dopo di che tira una legnata al pene del marito, gli infila una mola nello stinco e si taglia il clitoride con le forbici!

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27 maggio 2009,2:12 PM
L’anima a Dio, la vita al Re, il cuore alla Dama, l’Onore a me
Soltanto i geni riescono ad anticipare i tempi, a captare con le loro peculiari antenne un movimento, la direzione di un gesto, il riproporsi di vecchi fantasmi, prima che il fenomeno si verifichi.
I più fortunati poi (perché a volte anche di fortuna si tratta), riescono a produrre le loro teorizzazioni, a manifestare le loro concretizzazioni artistiche, proprio nel momento più opportuno, quando il senso preconizzato nella loro opera si sta manifestando nella sua forma più virulenta, cosicché l'autore di tal vaticinio da pre-venuto assurge al ruolo di profeta.
Marco Bellocchio è un genio, ed è riuscito (forse anche fortunosamente) a "piazzare" il suo ultimo, bellissimo film Vincere all'interno della manifestazione cinematografica più autorevole e visibile del Vecchio Continente proprio mentre al suo "Paesello" scoppiava un scandalo a sfondo sessuale in cui la condizione della donna veniva miseramente messa sotto i (soliti) tacchi del potere.
Impossibile non trovare delle analogie tra le vicende Mussolini-Dalser e Berlusconi-Noemi e non solo nel significanto profondo e sottostante (ma evidente) della sopraffazione sessuale (bellissimi - grazie soprattutto alla fotografia di Daniele Ciprì - gli amplessi "feroci" tra la Mezzogiorno e un Timi che più taurino non si potrebbe) del maschio autoritario sulla ragazza affascinata dal potente (virilmente e politicamente parlando), ma anche - ad esempio - nella seduzione esercitata sulle masse in generale e sulle vittime in particolare dall'immagine, allora proiettata, oggi teletrasmessa.
Mussolini fu il primo statista a capire e a sfruttare l'enorme potenziale del cinema; il fondatore di Cinecittà fu il primo vero Signore del Cinema italiano, così come Silvio Berlusconi lo è della Televisione, che ha radicalmente cambiato, innovato e usato.
In Vincere Bellocchio proietta film ovunque: al cinema, sul soffitto, sull'acqua e la protagonista guarda estasiata il suo amante sul grande schermo come un'aspirante velina di oggi guarderebbe il suo tronista preferito in TV; e si commuove veramente solo quando ritrova la sua storia nella genitorialità negata allo Charlot de Il monello.
Ed è abbastanza straziante constatare (ancora una volta) come - ieri come oggi - la maggioranza delle persone non si accorga della buffoneria del paranoico esaltato che ha eletto a proprio leader (il risibile discorso del Duce ad Ancona viene infatti parodiato dal figlio bastardo, ma osannato dalla folla).
Venendo a parlare dello "specifico filmico", in Vincere Bellocchio ritrova tutti i suoi tòpoi tematico-stilistici: dall'intreccio delle dinamiche del potere con quelle della psiche, al peso di un padre lontano che consucono il figlio allo sbandamento rabbioso e alla follia; dall'ambiente "labirintico" che disorienta, alla predilezione per il chiaroscuro e per l'"inserto" straniante, extra-diegetico.
E proprio su quest'ultima connotazione il regista gioca la sua carta vincente, dal punto di vista stilistico: quello che in Buongiorno, notte era servito dalle immagini della TV sempre accesa nel covo delle BR e dalla musica dei Pink Floyd, che ne Il regista di matrimoni veniva prodotto dai frame sgranati di una fantomatica telecamera a circuito chiuso, in Vincere trova un suo corrispondente negli spezzoni di cinegiornale, nelle animazioni grafiche che riproducono il lettering dei collages cubista-futuristi e il velleitarismo degli slogan fascisti e nell'onnipresenza del melodramma, sia come citazione diretta (Leoncavallo) che in forma di modello per la stupenda, ostinata, tonitruante colonna sonora, permettendo al regista di fare i conti con la Storia pur tradendola e non lasciandosene però troppo imbrigliare.
Il trait d'union con il Moro sopravvissuto al sequestro e saltellante per le strade di Roma di Buongiorno, notte è, allora, la meravigliosa immagine di Giovanna Mezzogiorno (mai così brava e commovente... finalmente, mi verrebbe da dire) arrampicata sulle sbarre di una finestra che lancia lettere nella neve: un'immagine di libertà e di pura fantasia (dell'autore) che sigilla il film come un gesto estremo, poetico e non scomposto (come nel finale de I pugni in tasca), ma sempre "bellocchianamente" irriducibile alla logica dell'opportunità, della convenienza, della morale imposta o, semplicemente, del buon senso («Questo non è il tempo di gridare la verità - aveva ammonito Ida lo psichiatra curante - È il tempo di tacere, di recitare una parte»).

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19 maggio 2009,1:37 PM
Il prossimo Moretti
Nanni Moretti nella mente del Papa:
inizieranno a breve le riprese di Abbiamo il Papa, il nuovo film del regista attore romano, nel quale interpreterà il ruolo dello psicanalista del Santo Padre.

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29 aprile 2009,11:10 AM
La gente che vede la televisione non è più stupida di quella che la fa
di Alessia Starace

La storia della cultura e dell' intrattenimento popolare è costellata di miracoli. Opere dal grande impatto sul pubblico e sulla critica, irripetibili successi commerciali e artistici che sono sufficienti però a screditare l'assioma snob "ciò che piace a tutti è immancabilmente mediocre": sono i bestseller blasonati che segnano una generazione, o i capolavori cinematografici con 10 o più Oscar in bacheca, o, ancora, i dischi dei Beatles. Certo li accomunano la capacità di parlare a tutti, i diversi livelli di lettura, la capacità di colpire l'immaginario collettivo. Ma c'è qualcosa in più, l'elemento incomputabile e imprevedibile: chiamiamolo fortuna. A Aaron Sorkin era toccata con The West Wing, una serial ambientato tra i corridoi della Casa Bianca, con protagonisti il presidente degli Stati Uniti e il suo qualificatissimo staff, che si muoveva agilmente tra problemi sociali e politici, dilemmi morali e vibranti conflitti umani, e che è considerato uno dei migliori prodotti televisivi di tutti i tempi oltre che uno dei più premiati con le sue 96 nomination totali agli Emmy. Sorkin ci ha riprovato con Studio 60 on the Sunset Strip, altro sontuoso character drama ambientato proprio nell'ambiente della produzione TV: circondato da un grande hype e andato in onda su NBC. Dopo un discreto successo per i primi episodi, lo show ha registrato un costante e irrimediabile calo negli ascolti, che ha indotto il network a interromperlo alla fine della prima stagione. Ci restano però 22 eccezionali episodi in cui è evidente come il soggetto fosse personale e fecondo per Sorkin.
Protagonisti di Studio 60 sono Matt Albie (Matthew Perry) e Danny Tripp (Bradley Whitford), che vengono (ri)chiamati a lavorare allo storico show di sketch comici che prende il nome dal teatro in cui viene trasmesso, appunto Studio 60 on the Sunset Strip. Dopo qualche anno di impegni cinematografici, i due ritornano quindi nel loro elemento, ritrovano il lavoro frenetico che impone uno show settimanale, le vecchie beghe con i dirigenti del network (fittizio) NBS, e alcune vecchie conoscenze. Ha una certa centralità, ad esempio, il tribolato rapporto di Albie con la star dello show, l'attrice/performer Harriet Hayes, una relazione ricalcata su quella di Sorkin con Kristin Chenoweth. Ma Sorkin infonde molto di sé stesso anche nel co-protagonista Danny Tripp, il cui ruolo è affidato a Whitford, suo amico e collaboratore dai tempi delle rappresentazioni a Broadway di A Few Good Men (opera teatrale alla base del film Codice d'onore). Non manca un'affascinante leading lady: è Amanda Peet nei panni di Jordan McDeere, brillante presidente del network determinata a prediligere i programmi di qualità e ad ariginare l'ondata di reality show e analoga TV spazzatura. Oltre al quartetto di personaggi principali, c'è un variopinto e gustoso cast di supporto arricchito da apparizioni di numerose guest star - memorabili quelle di John Goodman, Eli Wallach e Allison Janney - per una storia corale che tocca argomenti estremamente seri e delicati oltre a ritrarre un'amabilissima e sofisticata umanità. Come detto, Studio 60 racconta il dietro le quinte delle trasmissioni, ma per gli sketch veri e propri non c'è molto spazio - a parte qualche notevole eccezione, come il dilettevole segmento musicale The Very Model Of A Modern Network TV Show, nel secondo episodio. Questo forse ha generato l'equivoco che ha danneggiato lo show presso la critica USA, che si aspettava davvero qualcosa di vicino ai programmi comici in diretta come Saturday Nights Live; a Sorkin invece interessava solo il contorno: i rapporti tra cast e realizzatori, le difficoltà del processo creativo, lo stress degli ascolti calanti, i conflitti con network, sponsor e associazioni di telespettatori. Un insieme di aspetti poco familiari per il pubblico e su cui costruire episodi a sé stanti era una vera scommessa.
Rispetto a The West Wing, che cavalcava storyline forti e molto inserite nelle vicende americane, a Studio 60 manca un tema di facile presa su un pubblico generico, che non sia, quindi, quello degli addetti ai lavori o degli appassionati del settore.Ritmi e stile di regia - con le fulminanti walk&talks, i corposi flashback, le strutture narrative originali e articolate, e dialoghi finissimi, complessi e arguti che sono il marchio di fabbrica di Sorkin e del suo collaboratore fisso, il regista Thomas Schlamme - sono gli stessi di The West Wing, ma sfidiamo chiunque a dirsene stanco. Rispetto allo show con protagonista Martin Sheen, Studio 60 regala forse maggiore spazio ai sentimenti, con una deriva romantica nella seconda parte della stagione che conduce a un risolutivo e conciliante lieto fine. Una chiusura precoce gestita comunque al meglio possibile, per uno show che avrebbe avuto davvero molto da dire e che ci ricorda, ancora una volta, il volto migliore dell'America.

da Movieplayer.it

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23 aprile 2009,2:23 PM
Cannes omaggia "L'Avventura" di Antonioni
 
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31 marzo 2009,9:11 AM
Gli Invisibili 2009 - Cose (mai viste) ad Arezzo
Dall'8 aprile al 13 maggio 2009
ogni mercoledì - ore 21.15
Cinema EDEN - Via Guadagnoli, - Arezzo
INGRESSO RIDOTTO per tutti € 5,00

Programma

8 aprile // The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (USA, 2008)

Cast: Ralph Fiennes, Guy Pearce, David Morse, Jeremy Renner, Christian Camargo, Brian Geraghty, Sam Redford, Kate Mines

Iraq. Una squadra specializzata nella ricerca e neutralizzazione delle mine, si appresta ad entrare in una delle tante città martoriate dalla guerra. Ognuno dei membri della squadra sa che chiunque, nella città, potrebbe essere un nemico e qualsiasi cosa potrebbe essere un ordigno pronto ad esplodere. La pellicola, diretta dalla regista Kathryn Bigelow (K-19, Point Break – Punto di Rottura) è tratta dalle dirette esperienze del giornalista e sceneggiatore Mark Boal, che ha documentato molti dei suoi giorni in Iraq in un reportage da cui si è ispirato anche il regista Paul Haggis per il suo Nella valle di Elah.
In concorso alla 65ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2008.

15 aprile // Stella di Sylvie Verheide (Francia, 2008)

Cast: Leora Barbara, Melissa Rodriguès, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Guillaume Depardieu, Anne Benoît

1977. Stella è una ragazzina di undici anni, che vive in un quartiere operaio fuori Parigi. I sui genitori gestiscono un bar e sono riusciti a far ammettere Stella in una prestigiosa scuola della città, frequentata da ragazzi borghesi. Gladys, figlia di intellettuali ebrei argentini, diventa la sua migliore ed unica amica. La casa di Gladys, è piena di libri che suscitano l'interesse di Stella e che la faranno crescere ricoprendola di emozioni.
Presentato alle Giornate degli Autori alla 65ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2008.

22 aprile // Teza di Haile Gerima (Etiopia, Germania, Francia, 2008)

Cast: Aron Arefe, Abiye Tedla, Takelech Beyene

Anberber è un giovane etiope animato da alti ideali. Dopo essersi recato in Germania per studiare medicina, dopo la caduta di Hailé Selassié torna in Etiopia con un suo amico nella speranza di aiutare il proprio popolo a sconfiggere malattia e miseria con le tecniche mediche apprese. La violenta realizzazione del regime comunista di Menghistu spezzerà il suo sogno. Ferito nel fisico e spezzato nello spirito, Anberber non riesce a fare i conti con le colpe individuali e collettive.
Premio Speciale della Giuria e Osella d’oro per la Miglior Sceneggiatura alla 65ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2008.

29 aprile // Tony Manero di Pablo Larrain (Cile, Brasile, 2008)

Cast: Alfredo Castro, Paola Lattus, Héctor Morales, Amparo Noguera, Elsa Poblete

Mentre il suo paese, il Cile, è messo in ginocchio dalla dittatura di Pinochet, Raùl Peralta, si esalta ammirando e simulando le gesta di Tony Manero, personaggio cinematografico reso noto dal mitico John Travolta. Per cercare di assomigliargli in tutto per tutto, organizza spettacoli di danza e il week-end, si lascia trasportare dalla febbre del sabato sera sulle piste da ballo. Ma Raùl, è anche un personaggio ambiguo che si macchia la coscienza commettendo crimini; in un certo modo rispecchia la società del suo paese, o meglio, quello che la dittatura ha forzatamente plasmato.
Premio come migliore attore e come Miglior Film al Festival di Torino 2008.

6 maggio // Appaloosa di Ed Harris (USA, 2008)

Cast: Viggo Mortensen, Ed Harris, Jeremy Irons, Renée Zellweger, Timothy Spall, Lance Henriksen, Tom Bower, James Gammon, Ariadna Gil

Ambientato nel 1882 nei territori del New Mexico, Appaloosa racconta la storia dello sceriffo Virgil Cole e del suo vice Everett Hitch, che si sono fatti la fama di pacificatori nelle città senza legge sorte in quelle terre selvagge. Nella piccola comunità di minatori di Appaloosa, uno spietato e potente ranchero, Randall Bragg, ha permesso alla sua banda di fuorilegge di spadroneggiare in tutta la città. Dopo l'assassinio a sangue freddo dello sceriffo di Appaloosa, Cole and Hitch vengono incaricati di assicurare il colpevole alla giustizia. Mentre impongono la loro autorità usando in parti uguali fermezza e pistole, Cole e Hitch conoscono la bella nuova arrivata Allison French, i cui modi anticonformisti mettono a rischio il loro lavoro e l'amicizia che li lega da anni.
Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2008.

13 maggio // Gone Baby Gone di Ben Affleck (USA, 2007)

Cast: Casey Affleck, Michelle Monaghan, Morgan Freeman, Ed Harris, John Ashton, Amy Ryan, Amy Madigan, Titus Welliver

Basato sul romanzo di Dennis Lehane, il film incomincia nel quartiere di Dorchester a Boston, un quartiere degradato dove giacciono i sogni e le speranze di numerose famiglie di operai. È qui che Amanda McCready, di quattro anni, scompare senza lasciare traccia, quando che la madre esce di casa dopo averla messa a letto. La polizia è in un vicolo cieco, così i disperati zii della bambina si rivolgono agli investigatori privati locali Patrick Kenzie e Angie Genarro per occuparsi del caso, in quanto conoscono molto bene il quartiere e le storie di chi ci abita. Iniziano così a lavorare accanto all'ostinato detective Remy Bressant e al capitano della polizia Jack Doyle, ma quando il caso sembra poter essere risolto felicemente, si scopre la triste verità sul destino di Amanda. Patrick, che non ha nessuna intenzione di archiviare il caso, torna ad analizzare gli indizi e si ritrova invischiato in una ragnatela sempre più fitta di bugie e violenza inesplicabile, con un segreto scioccante che nasconde la verità su quello che davvero è accaduto.
Film e regista hanno vinto premi ai Boston Society of Film Critics Awards, Chicago Film Critics Association Awards, National Board of Review; Amy Ryan ha vinto premi come Miglior Attrice non protagonista ai Broadcast Film Critics Association Awards, Boston Society of Film Critics Awards, Florida Film Critics Circle Awards, Los Angeles Film Critics Association Awards, National Board of Review, New York Film Critics Circle Awards, Phoenix Film Critics Society Awards, San Diego Film Critics Society Awards, San Francisco Film Critics Circle, Washington DC Area Film Critics Association Awards, oltre alle nominations ai Golden Globes e agli Oscar.

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,8:56 AM
Pre-giudizi
Se fossi uno straniero dalla media conoscenza cinematografica internazionale e mi facessero vedere Gli Amici Del Bar Margherita penserei subito che l’Italia è rimasta ancora vittima del modo di procedere felliniano senza però che sia presente anche quella forza dirompente, senza che ci sia ancora quell’incredibile coraggio d’osare.
Tuttavia non essendo straniero ma italiano e conoscendo da italiano il cinema contemporaneo non solo so che non siamo vittime dell’imponente retaggio felliniano ma anche che le somiglianze evidenti tra l’approccio al ricordo bolognese di Avati e quello al ricordo riminese del Federico nazionale è un’eccezione spiacevole che spero avremo tutti il coraggio di ignorare.
Perchè Pupi Avati gioca con i suoi ricordi (e molti degli attori da lui lanciati) tra esagerazione, caratterizzazione, bozzettismo e grottesco senza mai davvero andare a fondo, senza un immaginario degno di questo nome a coprirgli le spalle e riempirci gli occhi, senza guizzi sorprendenti e senza storie realmente interessanti da raccontare ma solo piccole bagatelle e piccoli screzi.
Si direbbe un film corale ma in realtà non è nemmeno questo perchè dalle tante storie raccontate degli avventori del bar Margherita non esce nulla di unico, non si respira un senso comune del vivere bolognese nel 1954, sono solo storie sfilacciate tra di loro e tenute insieme dall’unità di luogo.
Avati è un cineasta particolare, uno che per sua ammissione non va quasi mai al cinema e in generale guarda pochissimi film e che per questo ha tutta una sua idea di cinema dotata di poca originalità e soprattutto sempre uguale nel tempo. Un cineasta quindi proprio per questo motivo fuori dal tempo che ha il pregio di fare un film l’anno ma il difetto di mancare ogni volta l’appuntamento con personaggi e situazioni realmente coinvolgenti.
Giusto per amor di completezza una citazione in chiusura va al senso della pellicola e del cinema avatiano espresso nel finale, cioè quel rifiuto di far parte di una storia per prendersi il lusso di guardarla da fuori, raccontarla per comprenderla. Anche stilisticamente il regista si immedesima con il personaggio del documentarista (spesso le immagini che vediamo sono prese dal punto di vista da cui quel personaggio gira) e dunque contemporaneamente prende le distanze dalla materia raccontata e ne diventa parte integrante. Ma come si diceva lo precisiamo solo per amor di completezza e non per reale interesse.
La cosa che più mi infastidisce è che il film sarà dai più salvato nel nome di non ho capito quali pregi e quali interessanti risvolti di trama.

da ...ma sono vivo e non ho più paura

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